di Massimo Borghesi
Il neopaganesimo di Alain de Benoist si costituisce in
antitesi al cristianesimo e non per forma propria e originale. Mentre
Caino è esaltato Abele viene disprezzato. Il nuovo paganesimo appare
molto vicino a quello nazionalsocialista; per de Benoist, Hitler è
“l’ultimo rappresentante della politica classica”. Il fascino cupo e
vuoto che promana dalla Nouvelle Droite non ha tratto lezione dal dramma
immane che ha insanguinato l’Europa negli anni ’40.
[Da «30Giorni», anno II, n. 7, luglio 1984, pp. 20-23]
«Un più alto spirito mandato dal cielo deve fondare fra noi questa nuova
religione, l’ultima e più grande opera dell’umanità» scrivevano i
giovani Hegel, Schelling, Hölderlin, in una sorta di programma
filosofico-politico steso nel 1796, all’indomani della crisi degli
ideali illuministici che il corso della rivoluzione in Francia aveva
provocato negli animi di quasi tutta Europa. Essi auspicavano il sorgere
di una «nuova mitologia» capace, dopo il declino della fede
tradizionale, di accordare nuovamente tra loro intellettuali e popolo.
Pochi anni dopo Friedrich Schlegel facendo eco a questo imperativo
profetico affermava che una mitologia «siamo prossimi ad averla, o,
piuttosto, s’avvicina il momento nel quale dobbiamo seriamente adoprarci
a crearne una».
L’epoca dei miti è l’epoca del declino del cristianesimo dalla scena
europea. Dagli inizi dell’800 sino a tutto il nostro secolo una schiera
di pensatori, di artisti, di poeti viene vagheggiando una nuova fede,
che non è semplicemente quella illuministico-rivoluzionaria (e poi
marxista) animata dall’idea di progresso e volta verso il futuro di
un’umanità redenta, bensì mossa dal desiderio di far rivivere gli dei
dopo la «morte di Dio». Dalla mitologia germanica di Wagner (sia pure
mitigata da elementi cristiani), al Dioniso di Nietzsche, a «Il mito del XX secolo»
di Rosenberg, il filosofo del nazismo, è tutto un proliferare di
immagini, di richiami, dal sapere vedico a quello celtico, che hanno un
valore «sostitutivo». Quella che possiamo chiamare la variante di destra
dell’«epoca della secolarizzazione» non si accontenta infatti della
scomparsa del Dio cristiano, che pure combatte; ne vuole superare il
vuoto che rimane conservando il senso del «sacro», della sacralità del
mondo: di qui la funzione del mito. Esso «sostituisce» la fede cristiana
impedendone la rinascita e bloccando al contempo l’esito necessario del
processo di secolarizzazione verso il nichilismo. La realizzazione
massima della capacità persuasiva ed ottundente del mito la si è avuta
senza dubbio nella Germania dei dodici anni nazionalsocialisti.
Qui nel suo coniugarsi con la politica, in quella che G. Mosse ha
chiamato «l’estetica della politica», il mito si è fatto liturgia —
nelle incredibili adunate nello stadio di Norimberga —, culto attorno
all’unico Capo. La sconfitta del Reich e la fine della guerra hanno
segnato in Europa l’emergenza della variante di sinistra dell’epoca
della secolarizzazione, dal neoillumismo al marxismo, una mentalità
de-mitizzante che privilegia l’utopia volta al futuro e relativamente
povera di immagini. La crisi di questo pensiero nel periodo che segue al
‘68 coincide con una ripresa dell’opera di Nietzsche, quale profeta del
«nichilismo», e di Heidegger per il quale il nichilismo occidentale
concludendosi lascia ormai intravedere un nuovo spazio per il sacro come
tale. E in questo clima, di declino del messianesimo marxista, di crisi
del cristianesimo e di esigenza di nuove fedi che si inquadra il
fenomeno di rinascita di una «Nouvelle Droite» in Francia. Come ha
scritto J.-M. Domenach: «Tutto si svolge come se questi europei, dopo
aver riposto le proprie speranze nel cielo (religioni verticali) e poi
nella terra (religioni orizzontali), ritornassero alle religioni
telluriche, al culto degli eroi morti e delle tradizioni sepolte».
Questo avvenimento di cui recentemente, a partire dal 1979, si è
occupata anche la stampa francese ed italiana è inquietante per almeno
due fattori: per la diversità rappresentata rispetto alla destra
tradizionale e classica, per il rapporto con il cristianesimo. Nei
riguardi di quest’ultimo è certo che esso, più ancora che le ideologie
di sinistra, viene rappresentato come il nemico principale. Già ai tempi
della rivista «Europe-Action» (1963-66), uno dei periodici che
costituiranno la fucina della nuova destra, gli argomenti anticristiani
sono presenti. Questa tendenza si radicalizza con la fondazione del
Grece (Groupment de Recherche d’etudes pour la Civilisation Européenne) nel 1969. Così la casa editrice dell’associazione — Copernic — edita opere anticristiane come L. Rougier, Celse contre les chrétiens; Id., Le conflit du christianisme primitif et de la civilisation antique; E. Renan, Judaism et Christianisme. Sulle consuetudini e tradizioni precristiane esce nel 1975 Les Solstices. Histoire et actualité di Jean Mabire e Pierre Vial sulle pratiche solstiziali europee; nel 1983 Alain di Benoist e Pierre Vial pubblicano il volume La mort. Tradition populaires / Histoire et actualité.
In Italia d’altra parte la «nuova destra» italiana gli fa eco e la casa
editrice AR dedica una collana («Paganitas») ai polemisti anticristiani
antichi (Giuliano Imperatore, Celso, Porfirio) unitamente agli scritti
di J. Evola sulla romanità tra cui L’imperialismo pagano. Se il
filone italiano dipende nella sua critica al cristianesimo proprio da
Evola quello francese è più direttamente influenzato da Nietzsche. Qui
il vero e proprio organizzatore e ideologo del movimento è sicuramente
Alain de Benoist, nato a Parigi nel 1942, collaboratore del «Figaro
Magazine», autore di numerose opere tra cui ultimamente Comment peut-on être païen?, Paris 1981 («Come si può essere pagani?», tr. it., Basaia ed., Roma 1984) riguarda direttamente il nostro tema.
«Per chi considera con Nietzsche che la cristianizzazione dell’Europa
[...] fu uno degli avvenimenti più disastrosi di tutta la storia fino ai
nostri giorni — una catastrofe nel senso proprio del termine — che può
significare oggi la parola “paganesimo”?» (p. 11). Questa domanda
costituisce come la premessa all’intero scritto. Questo, che
nell’insieme sta sotto la manifesta influenza di Nietzsche citato
copiosamente, si prefigge di chiarire il senso di un paganesimo dopo il cristianesimo, di un paganesimo cioè che al di là di ogni intenzione
non può più ripresentarsi nella sua immediatezza ma deve giocoforza
assumere una nuova veste. Come avverte l’Autore poiché il «ritorno
all’anteriore» è «impraticabile» ne consegue che «un nuovo paganesimo
deve essere veramente nuovo» (p. 192). Per de Benoist ormai
«non v’è bisogno di “credere” in Giove o in Wotan — [...] — per essere
pagani. Il paganesimo oggi non consiste nell’innalzare altari ad Apollo o
nel resuscitare il culto di Odino. Implica, invece il ricercare dietro
la religione» l’«universo interiore cui essa rinvia». In
«breve, implica il considerare gli dei come “centri di valori”», gli
«dei e le credenze passano, ma i valori permangono» (pp. 23-24). La fede
pagana ê allora una fede in divinità ridotte a simboli, una fede che richiama quella di tipo ellenistico cui il testo non a caso rinvia come possibile modello (pp. 193-195).
Qual è l’essenza di questo paganesimo per il quale gli dei,
post-cristianamente, non possono più essere reali? Per de Benoist essa
consiste nella sacralizzazione del mondo mediante i miti. Il
paganesimo cioè, nei confronti del cristianesimo accusato di aver
desacralizzato e demitizzato il mondo, si presenta come un’«altra spiritualità» più forte e più intensa: per essa il mondo non è separato
da Dio ma è esso stesso divino. Qui sta secondo l’ideologo francese il
vero punto di separazione tra paganesimo e cristianesimo, nel «dualismo»
che caratterizza la posizione cristiana circa i rapporti Dio-mondo, per
la differenza qualitativa che frappone tra uomo e Dio, differenza che
viene invece a togliersi nella mitologia pagana per la quale il divino
non è altro che la proiezione sublimata dell’umano. Il mondo paganamente
inteso, come ciò che in se stesso è divino, è allora eterno, non ha né
inizio né fine, è l’assoluta presenza dell’essere parmenideo. Questa
sacralità del mondo non è però intesa da de Benoist alla maniera ad es.
di Goethe o di Hölderlin, come splendore che promana dall’essere, bensì,
dopo Nietzsche, come opera mitologizzante da parte dell’uomo, come
creazione-trasfigurazione della volontà di potenza. La realtà infatti in
sé non è che vuoto caos di fronte a cui si erge, sartrianamente e
nietzschianamente, la libertà come assoluto creatore di forme, come
energia che plasma il mondo secondo la misura del proprio volere. L’idea
di un «cosmo», di un ordine in senso classico che la ragione e chiamata
a «riconoscere», è qui definitivamente perduta.
In effetti il paganesimo di de Benoist è molto più la ripetizione del
neopaganesimo nietzschiano che non quella del mondo precristiano, è un
paganesimo cioè che si costituisce dialetticamente, mediante l’antitesi
al cristianesimo e non già per forma propria ed originale. In ciò
d’altra parte risiede la caratteristica propria del mito in senso
moderno, nella sua volontà di superamento del cristianesimo senza però
poter esser creduto nella sua verità: il mito nell’epoca
post-cristiana è inevitabilmente ideologia. «Il paganesimo
dell’avvenire — annunciato dal leader della “Nouvelle Droite” — sarà un
paganesimo faustiano» (p. 192). Faust e, molto prima di lui, Caino, sono
i prototipi di questa nuova umanità che trova il suo fondamento nella
«volontà della volontà», nella volontà che vuole solo se stessa e che si
afferma al di là di ogni norma, al di là del bene e del male. Il cuore
del paganesimo starebbe infatti, Secondo l’Autore, nel senso della
innocenza del mondo, nell’ignoranza felice di una colpa originaria, nel
rifiuto della distinzione morale bene-male a favore di quella per cui è
bene ciò che accresce la potenza e male ciò che la diminuisce. Nel campo
della politica ciò significa, in accordo all’«ideologia del paganesimo
indo-europeo» la fine dell’«antagonismo biblico tra la morale o il
diritto e la sovranità politica» (p. 161). Qui le relazioni che dominano
la scena sono «organiche» all’interno dello Stato e, come vuole Carl
Schmitt, basate sul rapporto amico-nemico all’esterno. Nel campo della
potenza la conflittualità è la norma. Le torbide immagini nietzschiane
sull’uomo guerriero ed eraclitee sulla guerra madre di tutte le cose
tornano enfaticamente in de Benoist. Di contro al «monoteismo
giudeo-cristiano» il quale esige «l’estinzione dei conflitti, senza
rendersi conto che la struttura conflittuale è quella stessa del vivente
e che la sua estinzione implica l’entropia e la morte, il paganesimo
europeo poggia su di un pluralismo antagonista di valori» (p.
164). Il paganesimo sacralizzerebbe così la lotta poiché «la
contraddizione è il motore stesso della vita, il desiderio di farla
sparire è un desiderio di morte» (p. 163). In questa concezione agonale che fa della lotta l’essenza stessa della vita risiede anche il
tragico. Questi non muove però alla compassione o allo scoramento: «Il
tragico implica una volontà di misurarsi col tempo, ben sapendo che
questo alla fine vincerà, senza mai trovare nella certezza della caduta
finale — la morte — il minimo pretesto per rinunciare» (p. 179). Questo
«pessimismo della forza», che caratterizza la destra europea dopo
Nietzsche, non è casuale ma emerge in rapporto al problema dell’ateismo.
Mentre il pensiero pessimistico precedente a Nietzsche (Leopardi,
Schopenhauer), apre in una qualche misura ad una prospettiva religiosa,
la volontà nietzschiana di trarre ogni possibile conseguenza
dall’opzione atea, impedisce, coniugando assieme pessimismo ed
attivismo, un simile sbocco.
Quest’uomo, «esserci-per-la-morte» in senso heideggeriano, pura misura
di se stesso, non ha un’«essenza» universale. Il paganesimo come
politeismo diventa nella sua forma concettuale moderna sinonimo di nominalismo.
La «svolta nominalista», cui era dedicato il numero dell’agosto ‘79 di
«Nouvelle Ecole», la rivista teorica del gruppo, rappresenta anch’essa
una logica conseguenza della posizione nietzschiana. Se non esiste più
una verità obiettiva ma fondamento di tutto è la volontà di potenza,
allora i concetti non sono che vuoti nomi con cui plasmiamo a
piacere il mondo, essi non decifrano più nulla poiché nulla v’è da
decifrare (con ciò la «NouveIle Droite» si separa anche dalla destra
tradizionale, dallo stesso Evola, nella misura in cui questa conserva
l’idea di una verità eterna). Lo stesso termine «uomo» non rimanderà più
a nulla, non esiste più l’uomo come «immagine di Dio», ma solo
una molteplicità di atomi in perenne lotta tra di loro. Viene meno così
l’idea di universali diritti dell’uomo, cui l’Autore ha dedicato un
saggio critico (A. de Benoist - G. Faye, La religion des droits de l’homme,
in «Elements», gennaio-marzo 1981), nonché l’idea di uguaglianza,
fondata sul presupposto che tutti gli uomini siano eguali di fronte a
Dio. L’apologia della diversità e della differenza copre qui
l’esaltazione dei più dotati, intellettualmente e fisicamente, di una
«aristocrazia» che coincide perfettamente con l’ideale del superuomo
nietzschiano. L’uomo — si afferma in Come si può essere pagani? — deve ambire «a diventare come gli dei»,
l’uomo «non deve soltanto essere se stesso, essere conforme alla
propria “natura”, deve anche cercare di darsi una “supernatura”, di
acquistare una sovrumanità» (p. 203). L’interesse per le
scienze, coltivato dalla «Nouvelle Droite», dalla genetica, alla
biologia (J. Monod), sociobiologia (E.O. Wilson), etologia (K. Lorenz), è
finalizzato proprio, mediante la dimostrazione delle diversità innate e
costitutive degli individui, a fondare questa «elite» antropologica. Il
nuovo paganesimo appare così molto vicino a quello passato,
nazionalsocialista, il cui capo non a caso viene esaltato da de Benoist
come «l’ultimo rappresentante della grande politica classica». Il
fascino vuoto e cupo che da esso promana non ha tratto lezione dal
dramma immane che ha insanguinato l’Europa e il mondo negli anni ‘40. Il
nuovo «mito del XX secolo» riemerge inquietante all’insegna del
disprezzo di Abele e dell’esaltazione di Caino come una delle due fedi
secolari, affatto estinta, dello spirito europeo nell’epoca della
secolarizzazione.
Massimo Borghesi